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Storia

Motta S. Lucia, nell'ambito del territorio della Comunità Montana, si colloca tra i paesi che meglio conservano le caratteristiche dell'origine medievale: la scelta dell'area sulla quale è stato costruito il centro abitato, innanzitutto, risulta chiaramente dettata da considerazioni di ordine strategico; il bisogno di difendersi dalle incursioni dei pirati che, spingendosi all'interno della vallata del Savuto, avevano reso insicuro l'antico centro abitato posto più a valle con la denominazione di "Parchia", indusse gli abitanti a spostarsi più in alto, in località facilmente difendibile.
In posizione elevata fu costruito il castello feudale, poco distante fu edificata la principale Chiesa della comunità locale; le abitazioni dei Mottesi sorgevano poi lungo la via principale del paese che lambisce Piazza Castello e che coincide con lo spartiacque della collina.
La struttura originaria del paese si è in gran parte conservata perchè il territorio che rapidamente degrada fino a valle ha fortemente ostacolato lo sviluppo urbanistico.
Gli interventi edilizi, pertanto, nel corso dei secoli si sono limitati a ricostruzioni delle antiche abitazioni, in quanto la conformazione del territorio urbano ha reso impossibile la nascita di nuovi quartieri.
Considerate le ristrette possibilità di sviluppo urbanistico della loro cittadina, i Mottesi indirizzarono l'incremento demografico, che pure venne ad interessare la loro comunità fin dalla seconda metà del cinquecento, verso il territorio montano della Diocesi di Martirano.
I vasti possedimenti dell'Abbazia di S. Maria di Corazzo e, soprattutto, i fondi rustici vescovili richiamarono nella vallata dell'Amato un fenomeno di colonizzazione che divenne sempre più intenso ed i cui protagonisti furono essenzialmente i Mottesi.
La comunità Mottese, era sottoposta alla cura spirituale del Vescovato di Martirano. A Motta si trovava una delle principali chiese della Diocesi; intitolata a S.Maria delle Grazie, essa era governata da un Abate, considerato tra le più alte dignità diocesane, coadiuvato da un numeroso e ricco clero che sovrintendeva a tutti gli affari religiosi cittadini ed amministrava, anche tramite procuratori, la cura delle anime della Montagna che tra i seeoli XVII° e XVIII° diventavano sempre più numerose.
Anche dopo la separazione dalla Montagna, il centro storico di Motta S.Lucia nel corso dell'Ottocento ha subito lievi modifiche. Le abitazioni del Seicento e del Settecento si sono conservate anche perchè Motta, in occasione della sommossa antifrancese che nel 1806 coinvolse tutti i paesi del Reventino, non subì il sacco e l'incendio che, disposti da Napoleone che da Parigi seguiva con una certa preoccupazione gli avvenimenti, toccarono invece a Soveria e a Martirano: alcuni cittadini mottesi finirono sotto processo presso la Commissione Militare Francese che operava a Cosenza, ma il centro abitato fu risparmiato dall'assalto delle truppe di occupazione.
Dopo il ritorno dei Borboni al Regno di Napoli, i cittadini rimasti a Motta proseguirono l'opera di ristrutturazione dei fabbricati conservando, per quanto possibile, le caratteristiche principali delle abitazioni: i portali, i balconi e le logge testimoniano ancora questa religiosa cura con la quale i Mottesi hanno sempre cercato di conservare le peculiarietà del proprio centro storico.
In qualche casa si conservano addirittura le scale interne in pietra verde del Reventino costruite con caratteristiche tali da consentire il transito dei muli adibiti all'approvigionamento dell'acqua ad uso domestico e che veniva depositata negli appositi contenitori sistemati nel piano superiore del fabbricato.
Danni irreparabili sono stati arrecati invece dal terremoto del 1905 alla Chiesa Matrice ed al Castello: al loro posto sono sorti l'asilo comunale, l'edificio scolastico ed il Municipio.
Nella seconda metà dell'Ottocento la popolazione locale cercò in qualche modo di arginare le conseguenze della profonda crisi economico-sociale che spingeva all'emigrazione e al brigantaggio, fondando anche una Società Operaia di Mutuo Soccorso.
 

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